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sabato 3 aprile 2010

Licurgo a Sparta, 2500 anni e non sentirli




Licurgo, avendo deciso di dare leggi a Sparta, viaggiò a lungo per studiare le diverse istituzioni.
Gli piacquero le leggi di Creta, che erano rette e severe, ma gli dispiacquero quelle della Ionia, in cui non mancavano superfluità e vanità.
In Egitto apprese come fosse vantaggioso tener distinti i soldati dal resto del popolo, e poi, di ritornio dai suoi viaggi, mise questo in pratica a Sparta.
Eseguì un'equa ripartizione della terra tra tutti i cittadini per bandire dalla città ogni insolvenza, cupidigia, spreco, ed anche la ricchezza e la povertà. Proibì le monete d'oro e d'argento, permettendo solo il conio del ferro, di così piccolo valore che per raggiungere le dieci mine sarebbe stato necessario occupare l'intera cantina di una casa. Ordinò poi che tutti i cittadini mangiassero insieme e avessero tutti uno stesso cibo.
Licurgo, come tutti i riformatori, pensava che l'educazione dei bambini fosse la principale e più importante materia che un riformatore di leggi dovesse affrontare. Come tutti coloro che aspirano al potere militare, era ansioso di tenere alta la medie delle nascite.

Non si pensava male di un uomo se questi, vecchio e con moglie giovane, permetteva ad un uomo più giovane di avere bambini con lei. Non doveva esservi alcuna sciocca gelosia, perché a Licurgo non piaceva che i bambini appartenessero privatamente ad alcuno, dovevano essere in comune, per il comune benessere... è il principio che i coloni applicano per il loro bestiame.


I bambini erano sottoposti ad un severo tenore di vita perché si rafforzassero, il che sotto certi aspetti era un bene. All'età di sette anni, erano tolti di casa e messi in un convitto, dove erano divisi in compagnie, ciascuna delle quali era sotto gli ordini di uno di loro, scelto per intelligenza e ardire. Erano sempre sporchi e sciatti, dormivano su letti di paglia, si insegnava loro a rubare e venivano puniti se colti in fallo: non perché rubavano, ma per la loro stupidità.
L'amore omosessuale, sia maschile che femminile, era un'abitudine ammessa e aveva una parte riconosciuta nell'educazione degli adolescenti.

Licurgo abituò i suoi concittadini in modo tale che essi non volevano né potevano vivere soli, ma erano come legati l'uno all'altro, essi erano sempre in compagnia come le api intorno alla loro ape regina.

Le stesse origini puramente filosofiche del pensiero di Platone erano tali da predisporlo in favore di Sparta.
Questi influssi, per esprimersi in modo generico, erano di Pitagora, Parmenide, Eraclito e Socrate.
Da Pitagora, Platone trasse gli elementi orfici della sua filosofia: la tendenza religiosa, la fede nell'immortalità e nell'altro mondo, il tono sacerdotale e tutto ciò che è implicito nella similitudine della caverna; il peso dato alla matematica, la intima mescolanza tra raziocinio e misticismo.

Da Parmenide trasse l'opinione che la realtà sia eterna e fuori sal tempo, e che sul terreno logico ogni mutamento debba essere illusorio.
Da Eraclito trasse la dottrina negativa che non ci sia nulla di permanente nel mondo sensibile. Questo, insieme alla dottrina parmenidea, portò alla conclusione che la conoscenza non sia derivata dai sensi ma debba essere raggiunta solo con l'intelletto.
Da Socrate trasse la preoccupazione per i problemi etici e la tendenza a ricercare spiegazioni teleologiche piuttosto che meccanicistiche del mondo. Il Bene dominava il suo pensiero.

La Bontà e Realtà, essendo al di fuori del tempo, fanno sì che lo Stato migliore sarà quello che copierà più da vicino il modello celeste, avendo un minimo di mutamenti e un massimo di perfetta stabilità. [Teoria delle Idee]
Platone, come tutti i mistici, ha nelle sue opinioni un fondo di certezza essenzialmente incomunicabile se non attraverso un sistema di vita. [Sacerdotalità]
E' necessaria una vasta educazione per fare un buono statista: senza matematica non era possibile la saggezza. [Oligarchia].
Infine, la tranquillità era essenziale per la saggezza, e di conseguenza questa non si potesse trovare tra chi doveva lavorare per vivere, ma solo tra chi aveva mezzi indipendenti. [Aristocrazia].
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sabato 6 febbraio 2010

Musica, filosofia e lo stato perfetto

 

Ho da poco intrapreso la Repubblica di Platone. Caspita: è di una semplicità inattesa; i concetti scivolano come "olio dalle giare"; le tesi così lineari da non lasciare spazio a repliche; questo saggio, oltre a riportarmi alla filosofia liceale, così affascinante ma così sudata, sta scriccando molti ingranaggi sopiti nell'animo (mi verrebbe da dire nel cervello, ma animo, si, animo dice intelletto, sentimento, spirito, convinzioni, dice il cuore di tutto). 

Ahimé, un concetto appena affrontato ciondola e rimbalza ancora tra le mie convinzioni, e chiedo il vostro aiuto per prendere una posizione finale. 
Il tema è la musica, o meglio la musica all'interno dello Stato Ideale che Socrate sta tracciando. 
Si cita Damone, maestro di Socrate (!), Nicia (!) e Pericle (!), filosofo che nella sua teoria psichico-musicale,"mirava a determinare quali legami intercorressero tra musica ed animo umano, si dà poter usare la musica a fini etici". 

Platone, per bocca di Socrate, si rimette al giudizio di Damone, per individuare "le cadenze che s'addicono alla bassezza d'animo, alla violenza, alla violenza o alla pazzia e ad altro vizio: e quali ritmi si debbano riservare alle qualità opposte".

Poi si dilunga su quali dattili, giambi eccetera, sulle corde musicali che pizzicano le corde dell'animo; quindi, Socrate dimostra che armoniosità, eleganza e regolarità ritmica s'imprimono e completano un animo temperante e semplice. Ovvio, chi aspira alla all'eleganza ed armonia, deve fuggire dai tratti grossolani e disarticolati. 
Infine, le citazioni che mi hanno lasciato il cruccio:
"gli uomini più apprezzan quel canto che novissimo risoni ai cantori" (Odissea)
"si deve guardarsi dalle modifiche che comportino l'adozione di una nuova specie di musica, perché si rischia di compromettere tutto l'insieme (...) di una cosa simile non bisogna lodarla nè accettarla."
Ancora Damone:
"Non si introducono mai cambiamenti nei modi della musica senza che se ne introducono nelle più importanti leggi dello stato".

Posto che secondo me, ciò che fu pensato 2000 anni fa in Grecia, non fu più elaborato allo stesso modo, sono davvero inquieto. 
Noi adesso, viviamo in un'epoca di completa trasgressione musicale, ma non finalizzata all'evoluzione della musica stessa, ma al consumo attraverso i mezzi di ri-Produzione (concerti, cd, download...). Quindi la musica, a livello globale, ha più a che fare coi moti economici che dello spirito o con la ricerca del bello.
Forse gli ultimi moti puri, si sono verificati col Jazz, il Rock, la Dance e l'Elettronica... ma poi?
E' vero che la trasgressione musicale porta ad una inutile deriva degli spiriti e quindi della collettività??

Desmond, Penelope: Help, I need somebody!

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